Linea MonoSelect

IL PERCORSO CHE CONDUCE AD UN USO SELEZIONATO DEI RIMEDI FITOTERAPICI

  • Forme solide orali
  • Mono-ingrediente
  • Ottimizzate per ottenere il massimo della resa farmacologica e di quella clinica

linea monoselect vantaggiSi è ormai abbastanza tutti convinti, comunità scientifica inclusa, che l’attenta scelta di un preparato fitoterapico sia fondamentale per l’ottimizzazione della resa di un prodotto finito che lo contenga. Scegliere quindi un “buon” estratto, ad esempio di ginseng, significherebbe poi avere un buon prodotto finito sul quale rivendicare le benefiche proprietà del ginseng.
Il problema è: come si sceglie un “buon” ginseng?
La risposta che la comunità scientifica ha dato è stata quella di sottolineare l’importanza di un buon metodo di fabbricazione (in mano a poche aziende del settore) e, soprattutto, di una valida documentazione farmacologica, clinica e tossicologica descrivente il “cosa fa” del preparato stesso.
In realtà ciò non è sufficiente.
La stessa procedura di trasformazione di una “buona materia prima” in un “prodotto finito” è un passaggio difficile che influenza le proprietà finali del prodotto stesso. Il licopene, ad esempio, pigmento rosso del pomodoro e preparato estrattivo molto documentato in termini di “azione contro il tumore della prostata”, è in realtà un composto molto instabile e che quindi, se ne si vuole preservare le proprietà, deve essere lavorato, nel suo iter di trasformazione in prodotto finito, in atmosfera d’azoto. Altrimenti nella compressa il licopene rischia di degradarsi vanificando ogni buon intento del formulatore.
Sempre la “stabilità chimica” (o meglio l’ “instabilità chimica”) è alla base della scarsa potenzialità d’utilizzo, in forme liquide (ad esempio sciroppi), di molti derivati estrattivi. Soprattutto se ad alto tenore in polifenoli, questi dovranno essere formulati in forme solide se ne si vuole rivendicare realmente l’azione. In forma liquida i polifenoli sono infatti estremamente instabili e degradano nel breve periodo.
Ma ancora non basta. Nonostante tutto infatti, anche i preparati estrattivi, documentati al meglio e formulati nelle forme opportune, tali da garantirne la stabilità nel tempo, presentano dei limiti. Limiti che ne riducono drasticamente la resa farmacologica. Limiti che devono essere conosciuti, investigati e risolti per poter ottimizzare la resa farmacologica di un preparato. Ovviamente il superamento di tali limiti è il punto attuale di un cammino cominciato tanti, moltissimi anni fa. Cammino che deve essere compreso.
Fu infatti probabilmente con l’aiuto del caso e dell’istinto che l’uomo primitivo venne a conoscenza delle proprietà medicamentose di alcuni vegetali. I prati e i boschi furono certamente le prime “farmacie” per questi individui che appresero ben presto le potenzialità venefiche di alcune piante (curaro, veratro, belladonna, ecc.) e quelle benefiche di altre (coca, china, guaiaco, ecc.), usando le prime per avvelenare il nemico e le seconde per curarsi.
Solo poi nei 3500 anni che vanno dal 4000 al 500 a.C. vengono scritti i primi “documenti” medici che trattano di alcune malattie e di come alleviarne i sintomi ricorrendo all’impiego di foglie, radici, cortecce: il trattato di Imotep (4000 a.C.), gli erbari cinesi di Shen Nung (2800 a.C.) o le tavolette di Ashurbanipal (650 a.C.) già descrivono le proprietà medicamentose di droghe vegetali, di utilizzo ancora attuale, come l’aloe, la belladonna, il cardamomo, la cassia, l’oppio, la senna, ecc.
A partire dal 16° secolo, con Paracelso, si cominciò poi a ritenere che la droga (ad esempio un decotto di foglie) possedesse “sostanze” ad azione analoga a quella visualizzata con l’utilizzo della droga stessa “in toto”. Più tardi si capì come probabilmente una stessa droga potesse contenere principi attivi diversi (e potesse essere quindi impiegata sapientemente per disturbi diversi!) che, interagendo tra loro, potevano determinare l’annullamento di attività attese o, più spesso, inaspettati sinergismi. Ed infatti oggi si sa ad esempio che i derivati del rabarbaro possono essere impiegati come lassativi, per il loro contenuto in antrachinoni, e come antidiarroici, per il loro contenuto in tannini (ovviamente andranno impiegate dosi differenti!) oppure che l’effetto sedante dell’oppio o l’attività spasmolitica della belladonna non sono soltanto legate, rispettivamente, al contenuto in morfina e atropina, ma anche ad altre sostanza che con esse sinergizzano.
Per questo oggi non è più sufficiente caratterizzare una droga vegetale per il suo contenuto in componenti “abbondanti”, in “marker” o in “attivi”, ma è necessario dare il quadro più completo possibile della stessa per ottenerne “l’impronta digitale” in termini di composizione chimica. Al tempo stesso non è più sufficiente descrivere l’attività di una droga vegetale sulla base del suo riconosciuto uso tradizionale, invece occorre determinarne le proprietà e gli indici terapeutici sulla base di valutazioni cliniche ben precise che tengano conto anche dei possibili effetti indesiderati derivanti da un suo impiego. A questo si è però arrivati solo recentemente dopo un lungo cammino conoscitivo che ha quindi trasformato lo “stregone” in “scienziato” e il “decotto” in “estratto secco standardizzato”. L’essere arrivati però all’impiego di un estratto secco standardizzato ha senza dubbio costituito un successo terapeutico rispetto al punto di partenza (il decotto) ma ha anche mostrato i limiti della vicenda. Che sono molti.
Può infatti capitare che le metodiche estrattive, a partire da una matrice vegetale, conducano all’isolamento di un prodotto scarsamente utile in quanto poco biodisponibile per via orale, non in grado cioè di espletare la sua funzione in quanto incapace di raggiungere il circolo ematico e quindi i tessuti periferici (in parole povere il prodotto non viene assorbito e si concentra nelle feci attraverso le quali viene eliminato). Se da un lato infatti qualunque sostanza vegetale si muove all’interno della sua matrice con grande facilità, trasferendosi dalle radici alle foglie (e viceversa) attraversando qualunque barriera o membrana biologica, dall’altro non è detto che questo avvenga all’interno nell’organismo umano. Nella propria matrice vegetale, ogni molecola si muove infatti grazie a “trasportatori” di natura proteica o fosfolipidica. Tali trasportatori, fondamentali per la veicolazione della sostanza all’interno del tessuto vegetale, vengono ovviamente persi durante i processi di purificazione del principio attivo o della frazione attiva. Basti pensare ai polifenoli (catechine del tè verde, oligomeri procianidolici della vite, antociani del mirtillo, etc.). Gran parte di essi sono poco o nulla biodisponibili. Per ottimizzare la resa farmacologica dei polifenoli è necessario allora intervenire sulle loro caratteristiche di biodisponibilità, scarsa, che andrà recuperata attraverso procedure di complessazione con trasportatori capaci di re-veicolare le frazioni attive all’interno dell’organismo umano.
fitosomiQuesti complessi, definiti FITOSOMI®, consentono l’assorbimento di gran parte dei principi attivi a struttura polifenolica altrimenti persi in quanto non assorbibili.
La scarsa biodisponibilità orale non è comunque l’unico limite alla ottimizzazione della resa farmacologica di un preparato.
Altro limite è il massivo effetto di primo passaggio epatico. Tale effetto in alcuni casi “distrugge” l’attivo ancor prima che questo raggiunga la circolazione sistemica. Il principio attivo del meliloto ad esempio, la cumarina, viene completamente distrutto dal passaggio epatico. Assorbito con grande efficienza attraverso la mucosa intestinale, viene “condotto” dalla circolazione portale alla sua degradazione in sede epatica. Meno dell’1% “si salva”. Anche in questi frangenti bisognerà intervenire con il proposito di ottimizzare la resa farmacologica, in questo caso del meliloto, non andata completamente distrutta in quanto per fortuna non esclusivamente legata alla quota in cumarina. Un formulazione comunque a lento rilascio dell’estratto stesso innalzerà la quota circolante di cumarina fino al 35%, grazie ad un diretto antagonismo sull’effetto di primo passaggio epatico a cui l’attivo è sottoposto.
Le FORMULAZIONI A LENTO RILASCIO ottimizzano la resa di un preparato non soltanto limitando l’effetto di distruzione epatica ma anche attraverso altri processi. Ad esempio gli arabinogalattani tipici della radice di Echinacea angustifolia, devono la loro azione immunomodulante alla “chance” che hanno di entrare “in contatto” con i tessuti linfoidi intestinali (Placche del Peyer). Essendo polisaccaridi complessi sono sostanze potenzialmente “digeribili” alla flora intestinale la quale, pur essendo massivamente distruttiva in questo senso solo a livello colonico, è in grado di “far danno” anche a livello del tenue riducendo la quota di arabinogalattani che “contattano” il tessuto linfoide. In questo caso un lento rilascio del preparato sottrarrà del tempo prezioso alla flora nella sua opera di demolizione e aumenterà la percentuale di attivo capace di venire in contatto, e i tempi di contatto stessi, con le cellule del sistema immunitario localizzate nel tessuto linfoide intestinale.
Ancora, un derivato attivo può essere limitato nella sua “resa farmacologica potenziale” dall’azione dei succhi gastrici. Basti pensare agli attivi a struttura proteica come la faseolamina da Phaseulus vulgaris o la bromelina da Ananas comosus. In questo caso l’ottimizzazione della resa farmacologica si otterrà con PROCEDURE DI GASTRO-PROTEZIONE della frazione attiva con conseguente annullamento della sua semi-distruzione legata al passaggio gastrico.
In altri casi non è tanto la resa di un preparato a costituire il problema. Alcune volte la resa c’è. Ma ci sono purtroppo anche gli effetti collaterali. (Già! Ma chi dice che i derivati naturali non ne hanno?). L’olio essenziale di menta, ad esempio, è un potente rimedio contro la sindrome del colon irritabile e la colite spastica in genere. Ma la sua assunzione determina gastriti, esofagiti ed è di grande disconforto per il paziente che la impiega. Non necessitando di assorbimento e dovendo invece “lavorare” nel colon per combattere la colite, ne si ottimizzerà l’uso facendone un preparato “colon-specifico” che libera i suoi principi attivi solo nel colon (quando incontra un pH coincidente con 7,2. In questo caso avremo l’ “attività mantenuta” e gli “effetti collaterali annullati”.
Altro grosso limite alla resa di un preparato sono le “forze di compressione” utilizzate dall’industria per compattare le compresse. Finalizzate all’ottimizzazione dell’unità posologica per limitare gli errori posologici dell’utilizzatore, le forze impiegate a comprimere la compressa limitano in realtà la messa a disposizione del principio attivo nei tempi un cui sarebbe logico avvenisse. Basti pensare alla valeriana e ai sedanti in genere, oppure agli antinfiammatori. Questi dovrebbero divenire “disponibili” nell’arco di pochi minuti. Invece le compresse disgregano il 100% del prodotto attivo in circa 45-60 minuti (ben oltre i tempi di svuotamento gastrico). La questione diviene poi di evidente ostacolo quando in uso sono preparati “acidi” a valenza antinfiammatoria che, per loro natura chimica, potrebbero essere assorbiti già a livello gastrico! In questi casi l’ottimizzazione si ottiene annullando le forze di compressione impiegate a fabbricare la compressa con degli “esplodenti”. Questi, miscelati al momento della compressione, determineranno la liberazione degli attivi entro pochi minuti (circa 5) dopo l’ingestione da parte del paziente.
L’ottimizzazione della resa farmacologica è quindi l’avvicinarsi il più possibile alle reali potenzialità di un derivato vegetale altrimenti inespresse per limitazioni come la scarsa biodisponibilità orale, il massivo effetto di distruzione da passaggio epatico, la distruzione dell’attivo operata dalla flora residente, l’inattivazione di ingredienti legata ad un certo valore di pH, o la necessità che l’attivo non si liberi se non ad un pH prestabilito, o un troppo evidente ritardo nel rilascio da parte della compressa della frazione attiva veicolo del prodotto.
L’ottimizzazione è quindi un “tirar fuori” dal marmo una scultura che di suo già esiste. E’ un rendere possibile un’azione farmacologica che di suo esisterebbe, che è intrinseca nel derivato, ma che ha difficoltà a “venir fuori” nella sua completezza in quanto antagonizzata dal complesso sistema dell’organismo umano fatto di barriere, membrane, enzimi.
La linea MonoSelect è stata quindi “costruita” proprio cercando di districarsi tra le problematiche, prodotto per prodotto, che limitano la resa dei vari preparati standardizzati.

In parole povere:

  • scelta la materia prima più nobile, più investigata, più documentata
  • ottenuta impiegando procedure con solventi ammessi, pulita microbiologicamente e chimicamente (leggi: metalli pesanti) secondo le norme ministeriali vigenti
  • formulata in modo che le frazioni attive siano stabili nel tempo
  • ne sono stati studiati i limiti (causa di limitata resa farmacologica)
  • si è sviluppata la procedura per superarli applicando le conoscenza di fitosomizzazione e di modulazione dei rilasci in base alle variabili “tempo” e “pH”


CiÒ che È stato ottenuto È la linea MonoSelect:
forme solide orali, mono-ingrediente, ottimizzate per ottenere il massimo della resa farmacologica. E di quella clinica.

Letteratura disponibile su richiesta.